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Mi chiamo Maurizio Piacenza, vivo e lavoro a Milano dove mi occupo di progetti per la comunicazione.

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Aprile 20, 2010 at 8:51am
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Concorsi über alles

Sto ricevendo sempre più segnalazioni di progetti in cui la creatività ha le vesti del crowdsourcing. In sè non ci sarebbe nulla di male, qualsiasi mezzo organizzativo è lecito - a mio modesto avviso - per organizzare un lavoro o un progetto purchè rispetti chi ne è partecipe e rispetti quelli che sono gli interessi finali del progetto stesso.

E- intendiamoci subito - la partecipazione ai concorsi non è un male di per sè. Ogni tanto liberarsi da vincoli di ogni genere e potersi esperimere secondo quelle che sono le proprie idee e convinzioni rispetto al progetto sul quale si va a lavorare è, diciamocelo, anche salutare. Quello che conta è non farne un sistema di lavoro continuativo e - soprattutto - non farne l’unico sistema di lavoro: non si può accettare di lavorare sempre o comunque troppo spesso accollandosi il rischio di non ricevere alcun compenso per l’esercizio della propria professione.

Se dunque i concorsi non sono, tout court, a mio avviso un male, lo diventano nel momento in cui pare siano diventati non solo la moda del momento - le mode passano, si sa - ma un sistema di organizzazione del lavoro privilegiato e che rischia di rovinare ulteriormente il già zoppicante settore della comunicazione.

Per farla breve: qualcuno mi può gentilmente spiegare come è possibile che questo proliferare di crowdsourcing creativo corrisponda sempre più spesso ad una sorta di concorso con istruzioni e obiettivi non certo definiti in modo esemplare, con compensi/premi in denaro che se non sono risibili di certo non sono commisurati al reale valore del prodotto finale richiesto, con processi decisionali per quanto concerne i risultati non sempre cristallini?

Com’è possibile che in un paese che ha fatto di creatività e sapienza produttiva - artigianale e non - il proprio segno distintivo in molti settori ed è in grado - giustamente - di riconoscerne il valore anche a livello economico e commerciale, nel settore della comunicazione si debba invece assistere a questo scempio?

A nessuno viene in mente di dubitare della lungimiranza di progetti che chiedono un naming e un’identità aziendale alla cifra di 1200 euro? Dov’è il valore ed il ritorno - economico, d’immagine - di un approccio di questo genere per il settore della comunicazione?

Se qualcuno ha una risposta sensata per tutto ciò me la dia, perchè sinceramente - in questo momento - mi sfugge. Non voglio di certo fare di tutta l’erba un fascio, non è mai un bene generalizzare, ma lo scenario che si sta delineando non lascia certo ben sperare…