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Aprile 27, 2011 at 10:21pm
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Riviste digitali: a che punto siamo?

Lo spunto me lo danno alcuni articoli - tre per la precisione - pubblicati di recente sul tema. Fanno parte tutti de Il Colophon, rivista online di letteratura ad opera di Simplicissimus Book Farm del buon Antonio Tombolini.
Esordiamo con un pezzo di Luca Pianigiani di Jumper dal titolo quanto mai inequivocabile: Riviste digitali in retromarcia? Trattasi del pezzo di esordio della collaborazione tra Luca Pianigiani e Il Colophon. Questo è il titolo di chi ha creato un prodotto come JPM Magazine per iPad. Interessante.

Passiamo al secondo articolo, sempre targato Luca Pianigiani: Réclame: l’anima delle riviste? Non di quelle digitali… Se avevamo iniziato con un titolo forte, anche il secondo pezzo non è da meno. E chiudiamo allora, con il terzo articolo, firmato da Costanza Alpeggiani: Il ripensamento di Condé Nast. Però… Diciamo che con tre articoli non ci siamo fatti mancare proprio nulla… A che punto siamo dunque con il mondo dell’editoria digitale, quelle riviste per iPad & compagnia bella che erano state annunciate in pompa magna come la vera rivoluzione nel mondo dell’editoria? Dopo l’introduzione dell’iPad, ovviamente.

iPad come panacea di tutti i mali dell’editoria. O quasi. Questo era stato il pensiero di molti, anche se poi non tutti l’avevano ammesso pubblicamente. All’atto pratico, però, i dati stanno dimostrando una realtà un po’ diversa. Molto diversa, oserei dire. Se una realtà come Condé Nast - il cui WIRED per iPad aveva destato l’attenzione di tutti gli addetti del settore, e non solo - decide di non accelerare ulteriormente verso il mondo delle riviste digitali perché i riscontri sono stati quelli che son stati (leggasi: vendite tutto sommato deludenti rispetto a quell’ampia platea che poteva essere il pubblico americano) vorrà ben dire qualcosa. Sì, ma cosa?

Sostanzialmente due cose:

  1. il mondo dell’editoria non è ancora pronto dal punto di vista dei contenuti: le prime e tanto osannate riviste digitali, pur con aggiunte e modifiche dovute alla peculiarità del nuovo media utilizzato, sono state delle sostanziali conversioni/rivisitazioni/modifiche/chiamatele-come-volete dei loro omologhi cartacei. Nessun progetto innovativo, nessun progetto editoriale studiato ad hoc e da zero. Male, dico io. Perché un mezzo innovativo come il tablet richiede un prodotto altrettanto innovativo a livello di contenuti e di metodi di fruizione;
  2. il mondo degli utenti dei tablet non è ancora pronto: pur con un successo di vendite eccezionale, iPad non raggiunge ancora numeri tali da creare una base d’utenza così consistente da risultare ancora tale - consistente, intendo - anch quando suddivisa nei diversi rivoli di utenza e fruizione che esistono. Già, perché non è mica detto che tutti gli acquirenti di iPad vogliano sfogliare solo riviste digitali…. Aggiungiamoci anche la concorrenza, cioè i tablet basati su altri sistemi operativi che però hanno venduto molto poco se confrontati con l’apripista di Cupertino, ma i numeri non cambiano. Un gran successo dal punto di vista delle vendite, una base d’utenza ancora in divenire a meri fini pratici.

Ragioniamo un momento sui due aspetti. Se ho speso una cifra non propriamente basica per acquistare un tablet, verosimilmente acquisterò poi a prezzi ragionevoli (e questo è un altro aspetto fondamentale per lo sviluppo e l’evoluzione del settore, dai magazine ai libri) dei prodotti che siano in grado di sfruttare appieno le caratteristiche del mezzo e rendere così non solo giustizia all’hardware in quanto tale, ma anche all’esborso per l’acquisto. Non compro, in parole povere, un tablet per leggerci  sopra delle riviste di poco dissimili dalla loro omologa versione cartacea.
Diventa quindi fondamentale sviluppare progetti specifici, ad hoc. Cosa che fino ad oggi non è decisamente avvenuta, giustificando così in parte la caduta di appeal per un prodotto - le riviste per iPad - che all’inizio era stato così tanto atteso.

Tralasciando per un momento un terzo aspetto, fondamentale, che riguarda la pubblicità sulle riviste digitali - Luca Pianigiani lo tratta in modo preciso nel suo articolo ed io personalmente mi auguro “solo” che non si debba assistere all’ennesima guerra tra formati che renderebbe la scena sin da subito alquanto difficile da gestire - passiamo al secondo aspetto fondamentale: il numero di utenti, cioè lettori. Siamo sicuri che il numero di iPad venduti sia sufficiente non per le casse di Cupertino - questo sì - ma per il mercato dei contenuti per tablet? Io penso di no. Non ancora. Non esiste una massa critica tale per cui alla fine - suddividendo l’utenza tra lettori di riviste, giocatori, utilizzatori di app per lavoro etc. - si ottenga ancora un numero di potenziali utenti ampio, per consentire almeno in ipotesi lo sviluppo di un settore/mercato specifico. Se mancano - o non sono abbastanza - i potenziali lettori di un certo tipo di magazine, è ovvio che sviluppare un prodotto del genere potrebbe risultare decisamente non produttivo dal punto di vista dell’editore.

Anche The Daily non sembra riscuotere tutto quel successo che ci si aspettava dopo la lunga attesa e il grande battage pubblicitario che aveva ottenuto. Problemi di progettazione o altro? Non lo posso certo dire io. Resta il fatto che se The Daily non sembra ottenere grandi riscontri, il New York Times sembra ben felice dei suoi 100.000 sottoscrittori a poche settimane dall’introduzione del paywall, il sistema di pagamento per alcuni dei suoi contenuti online. Non è dunque vero che non esistano persone interessate a leggere le notizie, altrimenti anche al New York Times guarderebbero cifre ben diverse e non certo con il sorriso sulle labbra.

Più semplicemente credo che si debba cominciare a sviluppare soluzioni in grado di attrarre veramente l’utenza verso la fruizione di contenuti attraverso i tablet. Finché tali soluzioni non verranno sviluppate non penso che il mercato potrà mai decollare pienamente. Un gatto che si morde la coda, dunque. Se il mercato non decolla non si crea quella base d’utenza numericamente consistente e necessaria per la vendita di nuovi prodotti. E gli editori continueranno ad attendere ancora prima di entrare prepotentemente sul mercato. Soprattutto i grandi editori. Ecco allora che i piccoli e medi editori potrebbero fare la differenza. Ammesso e non concesso che le piattaforme per produrre magazine digitali assumano costi sostenibili anche per queste realtà che non hanno certo budget faraonici. Il che, ad oggi, non è esattamente ciò che accade. Che qualcuno - con le sue piattaforme per il digital publishing - abbia decisamente puntato verso il mercato enterprise è chiaro. Che i numeri ad oggi gli diano ragione è del tutto verosimile. Che il futuro, però, sia anche e soprattutto delle piccole e medie realtà è un dato, per me, incontrovertibile.
Ed è lì che bisogna puntare. Perché le piccole realtà sono quelle che più facilmente sono propense all’innovazione. E di innovazione di prodotto e di contenuto il nascente mercato delle riviste digitali ha già un disperato bisogno.

Note

  1. brigid-jensen ha rebloggato questo post da ilpiac
  2. postato da ilpiac