Mezzi di interruzione di massa
Mi sono permesso di coniare questo termine all’interno di una discussione su Doctor Brand in tema di nuovi media usati per veicolare messaggi pubblicitari e non.
Nella fattispecie l’oggetto di discussione era la pubblicità sulle banconote. Si cerca sempre più di trovare/inventare nuovi mezzi sui quali veicolare i propri messaggi, ma forse si perde di vista quello che è il punto centrale della comunicazione: il contenuto. E la direzionalità del massaggio.
La quasi spasmodica ricerca di nuovi canali di visibilità, stante la saturazione dei media tradizionali, pare sia ormai imprescindibile, un must. Ma se non curiamo il contenuto, la comunicazione, cosa condividiamo in realtà con gli utenti/utilizzatori/consumatori o chiamateli come volete? Direi nulla.
Comunicare vuol dire condividere, e la condivisione è insita nell’etimologia del termine stesso prima ancora che derivare - come forse direbbe qualcuno - da un approccio di tipo “social media”. Comunicazione come reciprocità esiste, come significato, da sempre e non ci sarebbe dunque bisogno di social media di sorta a giustificarne la ragion d’essere. La comunicazione esclusivamente unidirezionale è però diventata - a lungo andare - una interruzione vera e propria, debita o indebita a seconda di casi e contesti. Ecco allora che si parla a ragione di interruption marketing e, di converso, i social media decretano il ritorno ad un approccio che sarebbe anche etimologicamente più corretto.
Ma se cerchiamo solo nuovi media attraverso i quali esprimerci, senza curarci della loro attitudine o meno alla bidirezionalità del flusso dialogico, allora stiamo semplicemente arricchendo con delle new entry la già vasta categoria dei “Mezzi di interruzione di massa”.