Questo articolo - in Inglese - direi che coglie decisamente nel segno: l’infografica è utile, ma deve evolvere.
Altrimenti si rischia la saturazione, ormai l’infografica pare sia diventata la norma ogni volta che c’è anche solo mezzo dato da esporre…
E la sovraesposizione non può che portare, inevitabilmente, ad una perdita di valore del mezzo. Senza contare che l’infografica - per essere realmente tale e cioè “grafica che informa” - dovrebbe rispettare alcuni crismi che invece si vanno sempre più perdendo.
Come se, per creare un’infografica efficace, bastasse aggiungere un bel due etti di elementi grafici ai dati, agitare forte ed ottenere così un risultato ottimale. In giro si vedono delle infografiche che di informativo hanno veramente ben poco.
A volte, lasciano a desiderare anche dal punto di vista grafico/estetico.
Cerchiamo di ritornare dentro gli ambiti della decenza e soprattutto vediamo di non rovinare un mezzo decisamente utile ma che - stando a sentire quel che si dice in giro - a forza di essere propinato in tutte le salse sta già venendo a noia a molti…
L’idea mi è piaciuta molto, l’espressione in modo chiaro e diretto anche.
Quindi condivido!
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Leggevo questa mattina quesot articolo: “The newspaper vendor is disappearing”.
Solo la seconda parte, la prima riguarda DSK e sinceramente mi interessa veramente poco.
Trovo decisamente calzante il rapporto che viene fatto tra Apple - che anni fa diede inizio all’epopea dei suoi retail outlet monomarca - e la tanto vituperata distribuzione dei quotidiani o dei giornali più in generale.
Se Apple, si dice, avesse guardato alla concorrenza controllando eclusivamente l’efficienza dei costi e le vendite di un tale canale distributivo non avrebbe aperto alcun negozio proprietario. Punto. Non sono convenienti dal punto di vista meramente economico.
Ma stiamo parlando di un’azienda, Apple, che in modo lungimirante ha visto i suoi negozi monomarca come parte integrante dell’esperienza di brand da fare vivere ai suoi clienti. E da quesot punto di vista la scelta è risultata ed è decisamente vincente.
Cambiando settore, se pensiamo - si dice sempre nell’articolo - alla distribuzione dei giornali dal solo punto di vista - appunto - del canale distributivo, in effetti questa modalità non può che essere un costo, a volte non ulteriormente sopportabile. Bisogna tagliare e trovare canali nuovi.
Ma se invece inserissimo la distribuzione in un’ottica di marketing? E quindi ne imputassimo parte di costi al canale marketing? Il discorso cambierebbe e non di poco. Perché distribuire un prodotto come i giornali vuol dire trovarsi a tu per tu con il cliente. Con tutti i vantaggi che ne conseguono da un punto di vista, appunto, di marketing.
Certo, l’articolo evidenzia che innanzitutto i quotidiani dovrebbero avere dei budget sensati di marketing. Ma - aggiungo io - dovrebbero anche essere in grado di capire il perché la visione esposta sopra sopra modifichi diametralmente le prospettive.
Alla faccia delle farneticazioni di Brunetta, l’Italia peggiore la troviamo tutta sintetizzata - in modo veramente impeccabile - in questo articolo di GH Network: Il caso Italia.it.
Un’articolo che riassume tutte le vicissitudini del portale italia.it: un fulgido esempio di come non si debbano gestire i progetti web e di come in Italia la cultura del progetto - se poi è web è pure peggio - sia anni luce dall’essere anche solo soddisfacente…
Se poi ci aggiungiamo la versione cinese del portale e il tour per promuovere l’immagine dell’Italia all’estero (sigh sigh…) e vediamo i rispettivi costi, be’, raggiungiamo vette decisamente inavvicinabili per quanto concerne la pochezza della comunicazione associata - però - ad ampio uso di denaro pubblico.
Il ministro Brunetta dovrà propril do perdonarmi, ma io la peggiore Italia la vedo in questo modo di non comunicare usando denaro di tutti.
Siamo - decisamente - alla frutta. Attendiamo il dessert sperando non ci stia troppo sullo stomaco, poi auguriamoci che la comunicazione dell’Italia - fatta con i soldi di tutti - cambi decisamente menu. Non bisogna nemmeno andare fuori casa per vedere come si debba lavorare: la Toscana, solo per citare un caso. Ma ne esistono altri. Aprire gli occhi, grazie.
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Facebook docet. Decisamente.
ilpiac visto da Personas. Ovvero come ti vede Internet.
Lo spunto me lo danno alcuni articoli - tre per la precisione - pubblicati di recente sul tema. Fanno parte tutti de Il Colophon, rivista online di letteratura ad opera di Simplicissimus Book Farm del buon Antonio Tombolini.
Esordiamo con un pezzo di Luca Pianigiani di Jumper dal titolo quanto mai inequivocabile: Riviste digitali in retromarcia? Trattasi del pezzo di esordio della collaborazione tra Luca Pianigiani e Il Colophon. Questo è il titolo di chi ha creato un prodotto come JPM Magazine per iPad. Interessante.
Passiamo al secondo articolo, sempre targato Luca Pianigiani: Réclame: l’anima delle riviste? Non di quelle digitali… Se avevamo iniziato con un titolo forte, anche il secondo pezzo non è da meno. E chiudiamo allora, con il terzo articolo, firmato da Costanza Alpeggiani: Il ripensamento di Condé Nast. Però… Diciamo che con tre articoli non ci siamo fatti mancare proprio nulla… A che punto siamo dunque con il mondo dell’editoria digitale, quelle riviste per iPad & compagnia bella che erano state annunciate in pompa magna come la vera rivoluzione nel mondo dell’editoria? Dopo l’introduzione dell’iPad, ovviamente.
iPad come panacea di tutti i mali dell’editoria. O quasi. Questo era stato il pensiero di molti, anche se poi non tutti l’avevano ammesso pubblicamente. All’atto pratico, però, i dati stanno dimostrando una realtà un po’ diversa. Molto diversa, oserei dire. Se una realtà come Condé Nast - il cui WIRED per iPad aveva destato l’attenzione di tutti gli addetti del settore, e non solo - decide di non accelerare ulteriormente verso il mondo delle riviste digitali perché i riscontri sono stati quelli che son stati (leggasi: vendite tutto sommato deludenti rispetto a quell’ampia platea che poteva essere il pubblico americano) vorrà ben dire qualcosa. Sì, ma cosa?
Sostanzialmente due cose:
Ragioniamo un momento sui due aspetti. Se ho speso una cifra non propriamente basica per acquistare un tablet, verosimilmente acquisterò poi a prezzi ragionevoli (e questo è un altro aspetto fondamentale per lo sviluppo e l’evoluzione del settore, dai magazine ai libri) dei prodotti che siano in grado di sfruttare appieno le caratteristiche del mezzo e rendere così non solo giustizia all’hardware in quanto tale, ma anche all’esborso per l’acquisto. Non compro, in parole povere, un tablet per leggerci sopra delle riviste di poco dissimili dalla loro omologa versione cartacea.
Diventa quindi fondamentale sviluppare progetti specifici, ad hoc. Cosa che fino ad oggi non è decisamente avvenuta, giustificando così in parte la caduta di appeal per un prodotto - le riviste per iPad - che all’inizio era stato così tanto atteso.
Tralasciando per un momento un terzo aspetto, fondamentale, che riguarda la pubblicità sulle riviste digitali - Luca Pianigiani lo tratta in modo preciso nel suo articolo ed io personalmente mi auguro “solo” che non si debba assistere all’ennesima guerra tra formati che renderebbe la scena sin da subito alquanto difficile da gestire - passiamo al secondo aspetto fondamentale: il numero di utenti, cioè lettori. Siamo sicuri che il numero di iPad venduti sia sufficiente non per le casse di Cupertino - questo sì - ma per il mercato dei contenuti per tablet? Io penso di no. Non ancora. Non esiste una massa critica tale per cui alla fine - suddividendo l’utenza tra lettori di riviste, giocatori, utilizzatori di app per lavoro etc. - si ottenga ancora un numero di potenziali utenti ampio, per consentire almeno in ipotesi lo sviluppo di un settore/mercato specifico. Se mancano - o non sono abbastanza - i potenziali lettori di un certo tipo di magazine, è ovvio che sviluppare un prodotto del genere potrebbe risultare decisamente non produttivo dal punto di vista dell’editore.
Anche The Daily non sembra riscuotere tutto quel successo che ci si aspettava dopo la lunga attesa e il grande battage pubblicitario che aveva ottenuto. Problemi di progettazione o altro? Non lo posso certo dire io. Resta il fatto che se The Daily non sembra ottenere grandi riscontri, il New York Times sembra ben felice dei suoi 100.000 sottoscrittori a poche settimane dall’introduzione del paywall, il sistema di pagamento per alcuni dei suoi contenuti online. Non è dunque vero che non esistano persone interessate a leggere le notizie, altrimenti anche al New York Times guarderebbero cifre ben diverse e non certo con il sorriso sulle labbra.
Più semplicemente credo che si debba cominciare a sviluppare soluzioni in grado di attrarre veramente l’utenza verso la fruizione di contenuti attraverso i tablet. Finché tali soluzioni non verranno sviluppate non penso che il mercato potrà mai decollare pienamente. Un gatto che si morde la coda, dunque. Se il mercato non decolla non si crea quella base d’utenza numericamente consistente e necessaria per la vendita di nuovi prodotti. E gli editori continueranno ad attendere ancora prima di entrare prepotentemente sul mercato. Soprattutto i grandi editori. Ecco allora che i piccoli e medi editori potrebbero fare la differenza. Ammesso e non concesso che le piattaforme per produrre magazine digitali assumano costi sostenibili anche per queste realtà che non hanno certo budget faraonici. Il che, ad oggi, non è esattamente ciò che accade. Che qualcuno - con le sue piattaforme per il digital publishing - abbia decisamente puntato verso il mercato enterprise è chiaro. Che i numeri ad oggi gli diano ragione è del tutto verosimile. Che il futuro, però, sia anche e soprattutto delle piccole e medie realtà è un dato, per me, incontrovertibile.
Ed è lì che bisogna puntare. Perché le piccole realtà sono quelle che più facilmente sono propense all’innovazione. E di innovazione di prodotto e di contenuto il nascente mercato delle riviste digitali ha già un disperato bisogno.
Quando il solo strumento di cui si dispone è un martello, qualunque problema tende ad assomigliare ad un chiodo. — Abraham Harold Maslow
Ci sono persone brave e persone grandi. Le grandi persone tendono ad assumere altre grandi persone, perche’ e’ con queste che vogliono lavorare.
Ma le persone che sono solo brave tendono ad assumere persone che non sono poi cosi’ brave. Nono vogliono gestire persone che sono piu’ intelligenti di loro.
Cosi’, con il passare del tempo, se non sei duro e determinato, il livello di talento di una societa’ tende a declinare fino al minimo comune denominatore e finisce con un sacco di gente modesta.
E’ un disastro. Ma ci vuole una tremenda forza di volonta’ per non accettare compromessi.
— Marc Andreessen
Tratto da “Chi farà l’impresa” d Cristiano Seganfreddo - nòva24 del 24/03/2011
Oppure in alternativa alla Croce Rossa Italiana scegliete un qualsiasi altro ente/associazione che preferite.
Le aziende con grandi leader falliscono quando questi se ne vanno, quelle con una grande leadership continuano a prosperare anche dopo. — Dave Ulrich
Una crescita del 3400% in un anno è indubbiamente impressionante: questo il ritmo di foursquare nel 2010.
Crescita netta, dunque, per i servizi geo-based e il 2011 si profila come l’anno della definitiva consacrazione.
Siamo decisamente malati di Facebook qui in Italia.
Noi, la terra d’Albione e la costa Est degli USA.
Guardare per credere.
Post originale e immagine di Paul Butler su Facebook: Visualizing friendships.
Traduco in Italiano la citazione di Dan Zarrella fatta poc’anzi e ci aggiungo una piccola riflessione:
Il social media è un cocktail party, nessuno vuole stare a sentire te che parli di te stesso tutto il giorno.
Nulla di più sacrosanto. L’articolo — in estrema sintesi — porta all’attenzione tre punti fondamentali:
Si tratta di affermazioni che per qualcuno forse possono apparire scontate — chi mai vuole attaccare bottone con una persona logorroica ed egocentrica che inizia sempre le sue frasi con “Io”? Nessuno, penso — ma che scontate non lo sono, visto che, a guardarsi intorno, sono molteplici e sin troppe le occasioni in cui questi tre principi basilari vengono disattesi.
Quanti sono i blog — anche e soprattutto professionali e aziendali — intrisi di contenuti autocelebrativi? Quante le bacheche di Facebook & co. piene di annunci del tipo “Noi facciamo questo e quello”? Sono troppi ad onor del vero. Se i Social Media — come dice il termine stesso - nascono e sono sociali, allora dov’è l’elemento di socializzazione quando ci si autocelebra a piene mani? Dov’è l’interazione? Manca del tutto.
In questi casi, detto sinceramente, non so quanto possa essere produttiva una presenza online. Se io — tuo potenziale utente/consumatore/o–come–altro–vuoi–chiamarmi–ma–target–no–perché–mi–sono–stufato–di–fare–il–bersaglio–delle-tue–assurde–pubblicità — devo sorbirmi l’ennesimo canale “non comuncativo” in cui vedere e leggere spudorate pubblicità o annunci stampa, scusa, ma di cosa possiamo/dobbiamo discutere e in cosa tutto questo sarebbe diverso rispetto ai canali comunicativi soliti?
Se invece siamo tra coloro che non sono esclusivamente autoreferenziali, se cioè per noi esiste un mondo di cose interessanti — e amiamo parlarne — anche al di là di noi stessi, impariamo comunque a non scrivere sempre le solite cose.
Un po’ di sana varietà non guasta mai. Non dico di saltare di palo in frasca, la pertinenza rispetto al tema principale ci deve sempre essere, pena non interessare a nessuno con il proprio ondivago girovagare di argomento in argomento, però c’è modo e modo di affrontare la questione.
E per essere interessanti e vari non è detto che si debba/si possa creare ogni volta un contenuto ad hoc, mai trattato. Citare è lecito, citare è bene così come lo è veicolare contenuti altrui (sempre citando la fonte, ovvio!) perché — alla fine della fiera — anche questo è socializzare, rendere sociale un contenuto. Il plus potrebbe e dovrebbe, però, essere rappresentato dal nostro contributo, dal nostro punto di vista sulla questione: è questo che fa nascere la discussione e lo scambio di idee.
Certo, alcuni contenuti si prestano a essere veicolati così come sono, altri invece richiedono — per fare esprimere appieno le potenzialità al mezzo social — un ulteriore e piccolo sforzo in più.
Nessuno di questi tre punti richiede impegni stratosferici, più semplicemente si richiede una consapevolezza del mezzo che si va ad utilizzare e delle sue peculiarità. Perché il social media non è l’ennesima bacheca degli annunci né un megafono per amplificare il nostro ego.
Social media is a cocktail party, nobody wants to listen to you talk about yourself all day. — Dan Zarrella